PIETRO BUFFA: SCIENZA E IPOTESI ALIENA NEL PROCESSO EVOLUTIVO

“MYSTERICA: nulla accomuna di più di chi si pone domande.”

Il tema delle origini umane è senz’altro un tema fondamentale e sulle cause che avrebbero permesso alcuni passaggi cruciali della nostra filogenesi non è stata ancora detta l’ultima parola.

ART 11

 

Intervista di Giulio Perrotta

Pietro Buffa è un biologo molecolare stimato in Italia e all’estero.
Ha lavorato per tre anni nel Regno Unito ed è l’orgoglio della sua terra d’origine, la Sicilia.
E’ intervenuto al Convegno di Livorno insieme al saggista e studioso di Religioni Mauro Biglino, per affrontare le tematiche scientifiche legate alle ipotesi di quest’ultimo, arricchendo di contenuti tecnici il palcoscenico bigliniano.
Chiaro e puntuale nelle sue spiegazioni, il ricercatore ha saputo mantenere l’attenzione alta del pubblico che, incollati alle sedie, hanno potuto comprendere ancora meglio i fondamenti scientifici delle teorie del saggista.

Ospite come relatore a Livorno insieme a Mauro Biglino, quali sono state le sue impressioni?

Un’esperienza senz’altro positiva. Mauro Biglino è uno studioso accorto e instancabile che ha saputo negli anni argomentare in modo sempre più preciso le sue ricerche antico-testamentarie, portando al grande pubblico straordinarie informazioni attraverso una cospicua produzione letteraria.
Il tema delle origini umane è senz’altro un tema fondamentale e sulle cause che avrebbero permesso alcuni passaggi cruciali della nostra filogenesi non è stata ancora detta l’ultima parola. I testi prodotti dagli antichi popoli del passato (Genesi inclusa) aprono all’ipotesi che il nostro processo evolutivo non sia stato completamente autonomo e credo che, data la peculiarità di questa tesi, un approccio indagatorio multi-disciplinare sia assolutamente necessario. Il congresso di Livorno è stato importante anche sotto questo aspetto, permettendoci di divulgare le nostre informazioni ma contemporaneamente di scambiare idee, opinioni e dati con numerose persone di diverso background presenti tra il pubblico.

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Cosa rende speciale l’essere umano rispetto alle altre specie? Perché ha deciso di analizzare la nostra evoluzione aprendo all’ipotesi che questa potrebbe non essere stata completamente autonoma?

Mi dicono che parlo di Homo sapiens in termini oltremodo straordinari, dando l’impressione che la nostra specie provenga da un percorso bio-evolutivo alquanto singolare sotto diversi aspetti.
In realtà Homo sapiens costituisce realmente qualcosa di esclusivo. Ian Tattersall, direttore della sezione di evoluzione umana all’American Museum of Natural History – New York, descrive nel suo saggio Il cammino dell’uomo come la nostra specie costituisca una nuova concezione biologica qualitativamente distinta per aspetti molto significativi persino dai suoi progenitori più prossimi.
Anche se la nostra egocentrica specie tende generalmente a sopravvalutare l’entità delle differenze tra se stessa e il resto del mondo animale, queste differenze sono sostanziali e rimangono motivo di dibattito tra specialisti.
Pensiamo al potere di astrazione mentale. Esso non ha alcun precedente in natura, manca infatti in tutte le attuali scimmie antropomorfe così come non era presente nei nostri antenati.
Ci chiediamo ancora quali eventi potrebbero aver permesso l’improvviso costituirsi di tale facoltà in Homo sapiens, svincolandolo concettualmente dal presente.
Nel tentativo di spiegare gli eventi, la scienza procede sovente per ipotesi date per sottintese e assunti evoluzionistici trasformati in dogmi da accettare quasi come articolo di fede. L’illusione che la scienza abbia risposto in modo “plausibile” a certe domande soffoca soltanto il futuro dell’indagine.

Dagli Elohim a Dio, dal Profeta Enoch ai Vimana: gli antichi testi descrivono miti o riportano cronache?

buffa

A livello concettuale credo sia giusto interrogarsi sulla valenza dei racconti prodotti dagli antichi popoli.
Non possiamo escludere l’eventualità che tali narrazioni, molto spesso straordinarie nei contenuti, possano anche riportare memorie di una realtà che poteva non essere sempre chiara e comprensibile agli occhi di chi scriveva. Nel mio libro I geni Manipolati di Adamo, faccio un esempio a tal proposito.
Senza spostarci troppo indietro nella storia, è noto che i pellerossa d’America chiamavano “cavallo di ferro” il treno a vapore introdotto in quei territori dagli Inglesi.
Il treno era fatto di metallo e consentiva alle persone di spostarsi da un luogo a un altro proprio come farebbe il cavallo, unico mezzo di trasporto conosciuto dai nativi americani. Con l’espressione “cavallo di ferro”, i pellerossa non lavoravano di fantasia ma cercavano piuttosto di descrivere, attraverso il loro linguaggio semplice e ovviamente privo di terminologia tecnica, la presenza di un oggetto per loro straordinario ma nello stesso tempo reale.
Non bisogna stupirsi se i testi antichi richiamino oggi l’attenzione di specialisti di diverse discipline.
Citando i Vimana, oggetti volanti descritti nei Veda, non posso fare a meno di evidenziare un articolo apparso recentemente sulla rivista scientifica International Journal of Advances in Mechanical and Civil Engineering (IJAMCE) dal titolo “Reverse Engeneering Ancient Indian Vimanas”, che rappresenta proprio la dimostrazione di una riscoperta anche scientifica di ciò che le antiche scritture riportano.
L’articolo è stato curato dall’Aryavarta Space Organization (ASO) e annovera tra gli autori anche il ricercatore documentarista, nonché caro amico, Enrico Baccarini.

Chi erano veramente Adamo ed Eva?

Adamo ed Eva non possono ricoprire il ruolo di primi esseri umani apparsi sulla Terra così come la teologia dogmatica creazionista è solita far credere.
Questo assunto contrasta in prima istanza con i dati paleo-antropologici in nostro possesso che ci descrivono, a partire da circa 2,4 milioni di anni fa, la presenza sulla Terra di forme umane via via sempre più progredite dal punto di vista biologico.
In secondo luogo, riportandoci ai testi, dobbiamo anche far presente che il termine ebraico “barà”, tradotto nelle bibbie con il verbo “creare”, farebbe riferimento ad un “intervenire” concretamente su un qualcosa di già preesistente al fine di apportarvi modifiche.
Alla luce di questo, Adamo ed Eva potrebbero non rappresentare il prodotto di un’azione miracolistica ma i prodotti archetipici di un intervento pianificato sull’essere umano per fini eugenetici.

Chi erano gli Elohim e che ruolo hanno avuto in tutta la storia umana?

Sono figure ascrivibili all’interno del pantheon delle “divinità creatrici” al pari degli Anunnaki dei Sumeri o dei Neteru Egizi.
Gli Elohim costituiscono una pluralità concreta all’interno del corpus antico-testamentario e questo si evince anche dai passi che, in Genesi 1, descrivono l’intenzione da parte di queste figure di voler formare (non creare) l’essere umano. Purtroppo i testi biblici non ci forniscono descrizioni precise sulla loro natura biologica ma si concentrano molto sulla descrizione dei “rapporti” che questi esseri avevano stabilito con gli esseri umani (ADAM).
In modo particolare i testi biblici ci raccontano le specifiche gesta di Yahweh, un Elohim combattente a fianco di quello che sarà poi conosciuto come il popolo di Israele.

Dentro e fuori il Gan-Eden: paradiso terrestre o laboratorio dove effettuare esperimenti genetici?

In accordo con diversi elementi narrativi riportati in Genesi non faccio alcuna fatica ad immaginare il Gan-Eden come una sorta di estesa area bio-ecologica appositamente predisposta, un areale utilizzato per monitorare il processo di naturalizzazione di nuove forme viventi.
In quest’ottica delle cose, il Gan-Eden rappresenterebbe uno degli elementi più significativi del racconto biblico, dimostrando come gli Elohim avessero piena conoscenza del rapporto che gli organismi, siano essi naturali che bio-tecnologicamente prodotti, devono stabilire con l’ambiente.

Da Homo habilis a Homo erectus, da erectus agli ominidi moderni e poi a Homo sapiens. Perché la scienza parla di anelli mancanti?

L’aspetto centrale che Charles Darwin aveva proposto a fondamento della sua ipotesi interpretativa del processo bio-evolutivo, il gradualismo filetico, non trova riscontro nel processo di ominazione.
Come spiego nel libro I Geni Manipolati di Adamo, l’ominazione si presenta come un processo in cui a brevi periodi di “evoluzione esplosiva”, in cui compaiono forme riorganizzate nell’anatomia e con livelli di encefalizzazione crescenti, si interpongono periodi in cui i cambiamenti diventano pressoché nulli (bradytely). Questa dinamica della nostra filogenesi è messa in evidenza proprio dall’assenza di “fossili di transizione” in grado di sostenere una gradualità del processo evolutivo.
Ci chiediamo fino a che punto possiamo ancora sperare di rinvenire tali reperti prima di arrenderci all’idea che questi potrebbero anche non esistere.

Potrebbe spiegarci cos’è l’eugenetica e a cosa potrebbe portare?

Il termine venne coniato nel 1883 da Francis Galton (naturalista e cugino di Charles Darwin) ed è generalmente utilizzato per indicare un insieme di metodi in grado di promuovere, all’interno di una specie, l’espressione di caratteristiche biologiche ritenute positive (eugeniche) e la rimozione di quelle ritenute invece negative (disgeniche).
L’idea di poter manipolare gli organismi al fine di apportare miglioramenti strutturali e/o funzionali è certamente antica ma si fa sempre più forte con l’avanzare delle conoscenze scientifiche e delle tecnologie.
Già nel 2009, era chiaro ai biologi che lo sviluppo della conoscenza relativa al genoma delle specie viventi avrebbe giocato un ruolo sostanziale anche nelle possibili applicazioni eugenetiche.
In quegli anni, il biologo inglese Lewis Wolpert immaginava il giorno in cui saremo in grado di programmare lo sviluppo di un organismo nella forma che desideriamo (L. Wolpert, What can DNA tell us?, New Scientist, 2009).
La scoperta dei geni “architetto” e dei geni a “risonanza morfica” sta contribuendo a dare potente impulso all’immaginazione di Wolpert, senza escludere l’estrema possibilità di diventare presto noi stessi artefici anche del nostro futuro biologico.

Si parla di “DNA spazzatura”, ovvero DNA che fino a pochi anni fa si pensava non servisse a nulla: cosa sappiamo e cosa c’è veramente da scoprire?

Su questo argomento si potrebbe discutere parecchio ma vorrei focalizzare l’attenzione su un paio di punti.
Da un lato sono ormai molteplici le ricerche che dimostrano come, proprio in questa regione del genoma, si nascondano sequenze nucleotidiche che giocano un fondamentale ruolo di controllo nei confronti dell’azione di interi gruppi di geni, spesso coinvolti in processi di sviluppo morfologico.
Dall’altro lato, c’è una crescente proposta da parte di alcuni (come ad esempio l’astrofisico accademico Paul Davies), di sfruttare specifiche tecnologie informatiche per tentare di individuare se, all’interno di queste vaste aree non codificanti del genoma, possano celarsi particolari schemi che potrebbero rappresentare una sorta di “prova empirica” di una passata manipolazione.
Il genoma umano rivela novità continue e credo che con la crescente capacità di decodifica delle informazioni in esso contenute non mancheranno sorprese.

Gli Elohim al loro arrivo sulla Terra trovarono chi e cosa? Facciamo una descrizione della fotografia di quel momento.

Accogliendo l’ipotesi d’interventi esterni sulla nostra linea di discendenza, collocherei le prime operazioni nel Pleistocene inferiore (2,5 milioni di anni fa). A quel tempo, nel continente africano si concentrava una moltitudine di organismi antropomorfi scimmieschi ormai estinti (Australopithecus) che potevano ben costituire la base biologica ideale su cui iniziare ad operare al fine di produrre una sorta di “spinta evolutiva” verso la condizione umana.
I reperti fossili in nostro possesso indicano per questi organismi una struttura anatomica generale vicina a quella degli scimpanzé e dimensioni non molto differenti, ma evidenziano anche la possibilità per alcuni di deambulare su due piedi.
Muovendoci ovviamente sul piano delle ipotesi, possiamo supporre che le caratteristiche sulle quali si doveva inizialmente operare fossero la capacità cranica, piuttosto limitata negli Australopithecus così come nelle attuali scimmie, la riorganizzazione di particolari regioni anatomiche alla base di una deambulazione bipede che doveva divenire “obbligata”, il perfezionamento degli arti superiori e la migliorata capacità di maneggiare oggetti.
Compare in quel periodo il primo ominide “abile” classificato come umano: Homo habilis. Un ominide la cui origine rimane ancora enigmatica.

Fonte: http://www.laltrapagina.it