VITA, DROGHE, SESSO E MORTE DI ANDREA PAZIENZA

“ARTPEOPLE: dirty humanoids & lost thinkers”

Amato e discusso, invidiato e concupito, se ne andò a 32 anni. Era il 1988. L’Italia perdeva uno dei suoi massimi geni narrativi. Mai dimenticato.

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Quando la bara uscì dalla chiesa, nell’incredulità generale in mezzo a tanta gente e a tanto sole esplose un tuono improvviso.
Il suono della rabbia per averlo perso troppo presto, del rimpianto per ciò che sarebbe potuto ancora essere.

di Cristiano Sanna

Così Franco Giubilei nel libro Vita di Paz racconta il funerale di Andrea Pazienza, tradito dall’ultima “pera” dopo un periodo di astinenza e disintossicazione che lo aveva portato lontano da Bologna, tra le campagne di Montepulciano assieme alla moglie Marina Comandini.
Morì a 32 anni il 16 giugno 1988. L’eroina si portò via precocemente il cantore di quella generazione compresa fra i primi anni Settanta e, soprattutto, gli Ottanta, che come scrisse perfettamente Pier Vittorio Tondelli, non era stata capace di credere in nulla, se non nella propria dannazione.
“Mai visto prima un talento simile”

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Lo ammettono tutti: il caustico, invidioso e altrettanto geniale Filippo Scozzari e il celebratissimo (e di Andrea Pazienza amicissimo fin dai tempi delle scuole superiori) Tanino Liberatore.
Pure loro tra gli autori di fumetto più ammirati di sempre, che con Pazienza, Stefano Tamburini e Massimo Mattioli crearono prima Cannibale, poi Frigidaire (rivista fondamentale per la cultura giovane degli anni Ottanta), parteciparono all’avventura satirica de Il Male e incrociarono matite, donne, sesso, canne, siringhe e geniali innovazioni grafiche e narrative per anni destinati a cambiare l’immaginario italiano sui fatti di attualità.

Ed erano anni pesanti: della delusione post Sessantotto e del Pci al potere nella Bologna di Zangheri in cui Eco e altri intellettuali fondavano il Dams, e quella facoltà aperta alla creatività “contro” fece da balia all’esplosione del Settantasette.
Anni di piombo e droga, di sogni di libertà in un’Italia che si sperava diversa, più giovane, più creativa, più capace di metabolizzare e far suoi idee e modi espressivi provenienti da Francia e Usa. Anni di scontri e morti, di carri armati e fucili da guerra nelle nostre città, di sampietrini che volavano contro la Celere e di crisi della sinistra, già apparato di potere e dunque irriconoscibile, da parte dei giovani, come mezzo per portare novità e pari opportunità per le nuove generazioni.
Da qui l’esplodere della violenza, mentre il terrorismo seminava morti e sequestri.

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Tra un proiettile e una bomba, tra una pera e una mostra d’avanguardia, tra un brano dei Clash e uno dei Talking Heads, mentre Moro veniva ammazzato dalle Br e Bowie presentava al mondo Heroes, Pazienza disegnava presente e futuro di quell’Italia che si immaginava diversa e rimaneva frustrata dalla realtà.
Con un’abilità, una velocità e una capacità di divertimento o drammatizzazione senza precedenti. Se si vuole un altro spaccato di quel periodo, è fondamentale la lettura di Prima pagare poi ricordare, di Scozzari.
Vivere a trecento all’ora

“Andrea Pazienza è un ragazzino che prova ad entrare nel mondo degli adulti a trecento all’ora. E non regge”.

Il sempre caustico compagno di avventure fumettistiche Filippo Scozzari una volta descrisse così l’autore pugliese.
Alto, bello, prestante, ingordo di femmine e avventure sessuali (peraltro ricambiate volentieri dal gentil sesso), legatissimo alla sua adorata Betta Pellerano che gli ispirerà disegni e ritratti, e che poi stremata lo tradirà con l’affermato pittore Marcello Jori, precipitandolo in una nuova spirale di rabbia, disperazione e creatività, Pazienza non avrebbe infine retto all’ultimo urto con l’eroina. Quella che compare in molti suoi fumetti (tra cui il bellissimo e doloroso Pompeo), che lo portò a lasciare Bologna tra creditori e pusher che lo inseguivano.

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Nel mezzo, un capolavoro dopo l’altro: dallo sperimentale Pentothal al ciclo di Zanardi, che raccontava molto bene certa cattiveria superficiale tipica degli anni Ottanta, fino ai tenerissimi volumi sugli animali (Bestiario, Storia di Astarte) e sulle Fiabe per bambini, e le raccolte di storie sempre diverse e sempre mozzafiato (Tormenta, ma anche l’affettuoso e spassoso Pertini e il comico Sturiellét).
Una vita a tavoletta, quella di Paz. Fino allo schianto finale, nel rimpianto per come la sua furibonda arte avrebbe restituito gli anni della crisi, dei giovani pieni di talento e smarriti in un’Italia già vecchia.
Ciò che accadde a lui.

Fonte: http://www.spettacoli.tiscali.it

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